– L'esistenza è conoscenza –

Nota singola – Capitolo I

Sax

Capì di avere un dono fin dal primo momento, da quel fatidico istante in cui riuscì a far emettere un suono al suo sassofono contralto. Il suo era un talento atipico e puro, incomprensibile alla maggior parte del pubblico e ricercato dagli addetti ai lavori. Sebbene fosse un sassofonista piuttosto mediocre, con una quasi inesistente capacità di seguire il tempo e una tecnica piuttosto elementare, i musicisti professionisti se lo contendevano, soprattutto i jazzisti. Non era neanche lontanamente paragonabile a John Coltrane o Charlie Parker, eppure se fossero vissuti nella stessa epoca probabilmente anche quei portentosi musicisti avrebbero voluto che intervenisse nei loro pezzi.

Ludovico, così l’aveva chiamato il padre perché sperava che diventasse un musicista come Ludwig van Beethoven, aveva iniziato a studiare musica a sette anni, con l’intenzione di imparare a suonare il sassofono. Eppure per quasi tre anni non prese in mano lo strumento perché il suo insegnante di musica era convinto che dovesse imparare prima il solfeggio. Dopo tre inutili anni passati a solfeggiare decise di passare ad un altro maestro, stavolta per imparare a suonare la chitarra. Quattro anni trascorsi a solfeggiare e strimpellare uno strumento che smise di affascinarlo il giorno in cui si rese conto di non essere abbastanza bravo.

A sedici anni, finalmente, ritornò al suo primo amore musicale, il sassofono. Il suo nuovo insegnante gli consigliò un contralto e gli spiegò i rudimenti per riuscire a riprodurre suoni. Fu un colpo di fulmine. Imparò qualche canzone, suonava tutti i giorni e sognava di diventare un virtuoso del sax. Pensò anche di iscriversi al conservatorio. L’idillio non durò molto, forse due anni, tanto gli bastò per realizzare che non era all’altezza dei grandi musicisti. Eppure sentiva il bisogno di esprimersi in musica, di dare il suo contributo.

Successe una sera per caso. Erano trascorsi anni, aveva cambiato svariati maestri e, con una certa dose di rassegnazione, anche le sue ambizioni avevano preso una strada diversa. Quella sera di ottobre, fredda e uggiosa, stava tornando a casa da una lezione con un nuovo insegnante e, per ripararsi dalla pioggia e dalle spallate della gente che affollava il marciapiede di viale Libia, entrò in una libreria dove un musicista stava presentando il suo primo romanzo. Per l’occasione i gestori avevano organizzato una jam session aperta a chiunque volesse partecipare. Vincendo la sua consueta timidezza Ludovico tirò fuori il suo sax e si fece avanti. Non conosceva neanche una canzone, così rimase in silenzio ascoltando e osservando gli altri musicisti che, con più o meno successo, si lanciavano in virtuosismi tecnici. Sembrava fosse trascorse un’eternità quando finalmente si decise a suonare. Una singola nota. Un sol. Nitido, pieno, unico. Tutti smisero di suonare e lo guadarono attoniti. Nessuno riuscì a spiegarsi cosa fosse successo. Ciò che era stata solo una canzone, in quel preciso istante divenne un capolavoro. Grazie alla sua nota.

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