– L'esistenza è conoscenza –

Il velo leggero della notte

di Luca Nigro

Era silenziosa Roma quella notte di giugno. Mentre aspettavo l’autobus notturno che mi avrebbe portato a casa non riuscivo a smettere di pensare a quanto fosse diversa quella città durante il giorno. La frenesia delle persone, il rumore incessante del traffico, persino i cani davano l’impressione di smettere ogni loro attività durante la notte. Quella notte era un velo leggero che ammantava il mondo permettendogli di sprofondare nel buio. Nell’oscurità mi ero sempre sentito protetto, libero di esprimere pensieri che alla luce del sole erano spesso inconfessabili. Il sarcasmo diventava più tagliente, l’ironia più caustica e ogni singola censura si sgretolava, come fragili tessere di un domino di cristallo. Assorto in questi pensieri e rapito dalle note di Nightswimming dei R.EM., non mi accorsi subito della volante dei carabinieri ferma davanti a me. Tolsi gli auricolari per rispondere alla domanda che il giovane carabiniere mi stava rivolgendo.

  • Stai aspettando qualcuno? – chiese dal finestrino aperto
  • Tua sorella – risposi sorridendo, aggiungendo subito – scherzo, sto aspettando l’autobus
  • Fai poco lo spiritoso – rispose alterato il carabiniere – che autobus stai aspettando?
  • N13 – risposi indicando la palina della fermata, quasi a voler sottolineare l’ovvio
  • E a che ora passa?
  • Come posso saperlo? – chiesi quasi stizzito – Spero presto anche perché ho sonno
  • Dove devi andare?
  • A casa – e iniziavo ad essere davvero stanco di tutte quelle domande inutili
  • Dove sei stato? – continuò il carabiniere
  • Ma che cosa gliene importa, mi scusi? – domandai
  • Rispondi e dammi i documenti – disse perentorio il carabiniere
  • Perché? Ho fatto qualcosa?
  • Allora non ci siamo capiti – disse l’agente scendendo dalla volante – documenti

Esitai per un istante poi tirai fuori il portafogli e diedi la carta d’identità al carabiniere. Era in piedi di fronte a me. A ben vedere era di poco più basso e forse cinque anni più vecchio di me. Provava a tenere un espressione da duro, ma a me non incuteva nessun timore. Mi dava l’idea di essere semplicemente un provocatore. Il carabiniere al volante era più grande, sui quarant’anni, e sembrava fisicamente più massiccio.

  • Dove sei stato? – chiese di nuovo il carabiniere più giovane, mentre passava il mio documento al suo collega
  • Sono stato a casa della mia ragazza – risposi
  • Dove abita?
  • A via Catania – risposi pensando, ancora una volta “Ma a te che cazzo te ne frega?”
  • Hai bevuto o fumato qualcosa? – chiese il carabiniere
  • No, solo una birra – risposi, e aggiunsi – tanto non devo guidare
  • Ti ho detto che non devi fare lo spiritoso – disse il militare alzando la voce – sono stato chiaro?
  • Si, ma è tardi e se perdo questo autobus il prossimo chissà quando ripassa – dissi provando a fargli notare che mi stavano causando una notevole scocciatura
  • E a me cosa importa? – disse – Noi stiamo lavorando
  • Lo vedo – ribattei – ma io vorrei andare a dormire, quindi se dovessi perdere il notturno a causa di questo insensato interrogatorio dovrei poter usufruire della volante
  • Cosa hai detto? – chiese quasi sbigottito il carabiniere
  • Ha capito benissimo. Ho sonno, quindi se perdo l’autobus o mi portate a casa o mi portate in caserma
  • Hai sentito che ha detto questo? – disse il carabiniere al suo collega – Dice che vuole venire in caserma con noi
  • Questo mi sa che non ha capito con chi ha a che fare – disse l’altro carabiniere scendendo a sua volta dalla vettura
  • Ah, ragazzino! Ora sono cazzi tuoi – disse il carabiniere più giovane – faccia al muro e gambe divaricate
  • Non sono un ragazzino e non ho fatto niente – dissi mentre l’altro carabiniere mi si parava davanti. Era molto più alto dell’altro e decisamente più muscoloso. Mi sovrastava di almeno quindici centimetri e pesava forse venti chili più di me.
  • Forza, faccia al muro e gambe divaricate – mi intimò con la voce roca da fumatore mentre mi spingeva verso la parete
  • Oh – esclamai opponendo resistenza – ma che cazzo!

Il primo colpo mi raggiunse allo stomaco, lasciandomi completamente senza fiato. Provai a tirarmi su ma in quel momento qualcosa mi colpì alla testa. Da quel momento i ricordi sono piuttosto offuscati, a sprazzi. Ricordo le manganellate e i calci. Ad un certo punto uno dei due mi sputò addosso. Probabilmente lo fecero entrambi. Persi conoscenza e rinvenni solo per pochi istanti quando mi resi conto che non ero più a terra, ma ero nella volante. Dovettero trascinarmi per il lungo corridoio perché non riuscivo a camminare. Non riuscivo neanche a tenere gli occhi aperti per più di un minuto. Mi scaraventarono in uno stanzino buio e iniziarono a pestarmi. Credo che ai due carabinieri iniziali se ne aggiunsero altri. Provai ad urlare, ad implorare di fermarsi. Non ricordo neanche se stessi piangendo. Ad un certo punto vidi il volto di mio padre che mi ripeteva “Nessun dolore, nessun dolore” come quando ero piccolo e giocavamo a fare la lotta. Non opponevo più alcuna resistenza, anche per continuare a picchiarmi dovevano sorreggermi. Aprii gli occhi per un istante e vidi la faccia del medico che stava provando a rianimarmi. Dopo di che ricordo solo un bianco accecante e infine il buio. Un’oscurità eterna, una notte infinita. Quel velo leggero che in una notte di giugno venne squarciato solo dalle mie urla.

P. S.: La storia è frutto della mia fantasia. Mi sono ispirato a fatti realmente accaduti e vorrei dedicarla alla memoria di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Stefano Cucchi e a tutte le vittime anonime della violenza di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. Per non dimenticare.

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