– L'esistenza è conoscenza –

L’esodo dei rohingya dalla Birmania continua

La fine della stagione dei monsoni coincide con la ripresa dell’esodo via mare dei rohingya, la minoranza musulmana non riconosciuta dalla Birmania che ha ripreso il suo esodo via mare nel disperato tentativo di raggiungere la Malaysia, l’Indonesia e la Thailandia. Nell’ultimo mese almeno sei imbarcazioni con centinaia di persone a bordo hanno preso il largo nel mare delle Andamane. Lo scorso 4 dicembre , secondo quanto riportato da The Straits Times, venti profughi sono arrivati sulle coste della provincia indonesiana di Aceh. “Non è chiaro se provenissero dallo stato birmano del Rakhine – scrive The Staits Times – dove decine di migliaia di rohingya vivono in campi profughi, o dai campi del Bangladesh, dove nel 2017 avevano trovato rifugio 700mila rohingya in fuga dalle violenze dell’esercito birmano”.

Mentre i paese occidentali valutano la possibilità di applicare sanzioni contro la Birmania per la repressione della minoranza rohingya, la Cina approfitta del nuovo isolamento internazionale del paese per cercare nuove opportunità d’investimento. L’azienda cinese Myanmar Yang Tse Copper, infatti, si sta procurando i permessi per iniziare delle attività esplorative in un’area ad ovest di Mandalay, dove vorrebbe aprire una miniera di rame. In passato le attività minerarie cinesi in Birmania avevano provocato le proteste della popolazione ed una divisione all’interno dell’esercito in due fazioni, una favorevole ed una contraria alla presenza cinese in Myanmar. Inoltre, proprie le attività estrattive cinesi su suolo birmano, erano state motivo di aspre critiche nei confronti della leader di fatto del governo, Aung San Suu Kyi. Il ruolo crescente di Pechino del paese, secondo Asia Times, solleva la questione di quanto il governo birmano sia disposto a concedere alla Cina, soprattutto ricordando quanto la Birmania fosse dipendente dal sostegno cinese nel corso degli anni novanta e duemila, quando era soggetto alle sanzioni internazionali.

Ed è facile dimenticare il dramma di popolazioni lontane. È drammaticamente semplice voltare lo sguardo in un’altra direzione quando la tragedia viene affrontata da donne, uomini e bambini di un continente geograficamente e culturalmente distante. In alcuni casi basterebbe ricordarci di essere simili, per non dire uguali, e che ogni ingiustizia subita da qualcun altro, in fondo, riguarda un po’ tutti.

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