– L'esistenza è conoscenza –

Renitenza alla guerra

di Luca Nigro

Mio nonno non parlava mai della guerra, o meglio non ne parlava mai volentieri e mai in maniera troppo particolareggiata. Sapevamo che era stato prigioniero a Rodi, che nella disastrosa ritirata aveva rubato un paio di scarpe sinistre, che prima di cadere prigioniero aveva sotterrato il fucile e che durante la prigionia il rancio era misero, a volte solo verdure crude. Il resto non lo raccontava. Non diceva mai di essere stato trattato come un animale, né che a parti invertite avrebbe dovuto fare lo stesso. Non provava nostalgia per quel periodo né voleva ricordarlo. Dal suo pudore traspariva quanto potesse essere stato doloroso fare una guerra, lo schifo che si può provare nell’infliggere sofferenza a qualcun altro e la vergogna di subire un’umiliante sconfitta. La mia profonda fede antimilitarista deriva quasi certamente da questo esempio di profonda sensibilità.

In ogni continente c’è un fronte bellico attivo. Appena immaginiamo un conflitto il nostro pensiero ci suggerisce luoghi come il Medio Oriente, l’Africa o eventi come le anacronistiche parate militari della Corea del Nord. Si tende sempre a dimenticare che in Europa, per la precisione in Cecenia, c’è ancora una guerra in corso. In America, esattamente in Messico e in Colombia, gruppi ribelli e narcotrafficanti continuano a rappresentare una seria minaccia per la pace di quei Paesi. In totale sono 67 gli Stati coinvolti in un conflitto mentre si contano 778 milizie separatiste, terroristiche o anarchiche.

Il mondo è in guerra e fingiamo di non vederlo. Ci voltiamo dall’altra parte, litighiamo alle riunioni di condominio e poi ci scandalizziamo quando vediamo immagini di bambini feriti ed in lacrime, vittime innocenti di conflitti insensati. Una pacifica convivenza tra i popoli dovrebbe essere l’obiettivo comune di tutti gli Stati, invece ognuno tende a prevaricare il prossimo. Questo atteggiamento non può che condurre alla catastrofe.

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