– L'esistenza è conoscenza –

La tolleranza sai, è come il mare

di Luca Nigro

Da adolescente ero mingherlino e durante l’estate amavo portare pinocchietti in lino, sandali e cappelli da pescatore. Il mio abbigliamento unito al taglio dei miei occhi, vagamente orientaleggiante, ed al mio colorito spinsero molti miei amici a chiamarmi “il cambogiano”. Non che sia durato a lungo, forse il tempo di una vacanza estiva, eppure quell’appellativo non mi ha mai infastidito. Anzi devo ammettere che forse devo proprio a questo bizzarro accostamento se mi sono sempre sentito attratto dal sud-est asiatico e se, dopo qualche anno, ho iniziato ad avvicinarmi agli insegnamenti buddhisti. Uno degli insegnamenti più belli che ho potuto apprendere nello studio del buddhismo è quanto sia importante dare agli altri tutti gli strumenti per essere felici, perché la felicità è uno stato d’animo che è tanto più forte quanto più è diffuso nella comunità. Una nazione a maggioranza buddhista come il Myanmar, dovrebbe essere quindi pronta a sostenere ogni sforzo dei propri cittadini ad essere felici. Invece proprio in Myanmar si sta consumando una delle più efferate azioni di pulizia etnica degli ultimi decenni.

Amnesty International ha denunciato la continuazione della devastante campagna delle forze di sicurezza nazionale del Myanmar contro i rohingya nello stato di Rakhine. La pubblicazione delle prove della persistente violazione dei diritti umani da parte di Amnesty dovrebbe suscitare un maggior scalpore, invece le parole dell’Alto consulente sulle crisi di Amnesty International, Matthew Wells, sono rimaste pressoché inascoltate. I diciannove rifugiati rohingya intervistati appena arrivati in Bangladesh hanno raccontato una realtà fatta di fame, sequestri, stupri e riduzione in schiavitù. L’obiettivo dell’esercito birmano sembra essere quello di rendere il nord dello Stato di Rahine invivibile per il la popolazione rohingya che ancora vi abita. La campagna militare lanciata lo scorso agosto in risposta a una trentina di attacchi a postazioni dell’esercito da parte del gruppo armato chiamato Esercito di salvezza Arakhan, ha provocato la fuga verso il Bangladesh di oltre 688mila persone.

L’attenzione internazionale nei confronti di questa vicenda è stata scarsa, quasi come a voler prendere le distanza da un fatto che si sta svolgendo a migliaia di chilometri da casa nostra. Anche coloro che attendevano una dura condanna da parte del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi sono rimasti delusi. Al momento la triste realtà ancora una volta è che una minoranza rischia di essere sopraffatta e schiacciata, allontanata dalle proprie case e dai luoghi che era abituata a considerare il suo mondo, e questo soltanto perché di un’etnia differente. In questo modo, chiaramente, si continua ad alimentare quel circuito di dolore ed odio che porta tutti noi ad essere ogni giorno un po’ meno felici. In un mondo sempre più connesso dovremmo guardarci dentro e alimentare il nostro innato bisogno di socialità tendendo al bene comune, evitando di lasciar prendere il sopravvento alla parte peggiore della nostra natura. La parte da cui nascono razzismo e intolleranza.

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